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CRISI: PMI IN GRAVE DEFICIT DI SALVAGURADIA 21-03-2009
L’estensione di questa crisi sulle Pmi è difficile da misurare. La percezione che si ha parlando con gli imprenditori è di una situazione grave, resa più pesante dal fatto che “il nemico” non si è ancora manifestato in tutta la sua pericolosità. Un primo dato su cui riflettere riguarda il livello di “salvaguardia”, che appare maggiore per grandi imprese e banche da un lato, per pensionati e lavoratori pubblici dall’altro. Solo molto dopo vengono le Pmi ed i lavoratori precari. Se si dovesse fare un paragone, potremmo dire che la grande impresa e le banche stanno ai pensionati e ai lavoratori pubblici come le Pmi stanno ai lavoratori precari. Questo in un sistema come quello italiano dove più del 97 per cento delle imprese sono piccole e medie e occupano più del 50 per cento della forza lavoro. Dopo questa perdita di tutela a danno di alcuni soggetti rispetti ad altri, solo alcuni hanno acquisito piena “cittadinanza” nei processi decisionali presso governi e regioni. Oggi si discute di incentivi alla FIAT e tutela delle banche. E si mettono in essere fatti reali in questa direzione. In favore delle Pmi, in evidente stato di difficoltà, di misure concrete c’è ancora poco. I dati che arrivano dalle Pmi della provincia di Napoli parlano di un sostanziale blocco creditizio. Ragion per cui diventa difficile giustificare interventi in favore delle “tutelate banche” se poi viene meno il loro sostegno all’economia reale. Una situazione che ha portato a riscoprire la centralità dei confidi, come strumento per facilitare l’accesso al credito delle Pmi. Ma neppure tale consapevolezza ha generato azioni per rendere operativo questo ruolo. A livello centrale, il Governo non ha ancora affidato il “fondo nazionale di garanzia”, gestito in questi anni dal medio credito centrale. La somma da affidare è di circa 450 milioni, il che significa poter garantire investimenti con un moltiplicatore di uno a trenta. Stessa situazione a livello regionale. Le risorse finanziarie in favore dei confidi sono state assegnate solo in piccola parte, mentre gli altri bandi sono fermi. Nonostante l’importanza che in questa fase assume il ruolo propositivo delle regioni, ci si chiede come mai la Campania non abbia pensato di utilizzare le risorse comunitarie per il credito, istituendo un proprio fondo di garanzia per contro garantire i confidi regionali. Non risorse a fondo perduto, ma un’attività volta ad accelerare i processi di accesso al credito. Del resto, il sistema delle Pmi campano sta subendo restrizioni anche sulle linee di credito già assegnate ed operative. Sono evidenti fenomeni di razionamento del credito, come gli incrementi di costo del danaro anche per operazioni già in atto, nonostante le diminuzioni del tasso di interesse fissato dalla BCE e quindi dell’Euribor. Anche altre azioni possibili sono state quasi del tutto abbandonate. Nel Mezzogiorno il costo del danaro è di 2-3 punti percentuali maggiore rispetto al resto del Paese e su questo costo maggiore le imprese pagano anche l’Irap. Sarebbe utile innalzare la deducibilità degli interessi passivi delle aziende, elevandone la percentuale dall’attuale 30 al 50 per cento del reddito operativo lordo; ripensare l’attuale trattamento fiscale delle svalutazioni sui crediti; rivedere il trattamento delle perdite pregresse, penalizzante per le imprese in una situazione di grande crisi come l’attuale. Investire sulle grandi opere può rimettere in moto il paese. Ma anche in tal caso i primi beneficiari saranno le grande imprese. In Italia si potrebbero avere gli stessi effetti se la Pubblica amministrazione pagasse i propri debiti, i cui creditori solo nella maggior parte dei casi piccole e medie imprese.
Autore: Felice Russillo

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