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I ritardi nei pagamenti da parte della Pubblica amministrazione stanno provocando il fallimento di molte piccole e medie imprese e tutto ciò non è ammissibile.
Negli ultimi mesi è stato questo il leit motiv di un’intensa attività svolta sia dalla Regione Campania che dal Governo. Un fervore di iniziative – tra tavoli tecnici anticrisi, accordi, misure di bilancio e quant’altro – tutte finalizzate a ridare ossigeno ad un tessuto imprenditoriale che, come ha ammonito anche il presidente della Consob Cardia, è entrato in “asfissia creditizia”.
Da questa condizione “non” privilegiata abbiamo atteso speranzosi. Ci siamo sentiti presi in seria considerazione. Nella convinzione che salvare le piccole e medie imprese dal fallimento significasse salvaguardare la stabilità di tutta l’economia italiana, di cui queste aziende ne rappresentano l’ossatura.
Oggi invece possiamo solo riconoscere con rammarico la nostra delusione. Vittime di un abile gioco di illusionismo. In cui ogni cosa sembrava assolutamente vera, palpabile e non - come alla fine abbiamo costatato – un abile inganno.
Ma andiamo per gradi. Cominciando a chiederci, ad esempio, che fine abbia fatto il piano anticrisi sul quale stavano lavorando l’Abi Campania ed il nostro assessorato alle Attività produttive, a quella data ancora guidato da Andrea Cozzolino.
Era lo scorso mese di marzo. I due enti, insieme con i rappresentanti degli istituti bancari campani, si riunirono intorno ad un tavolo tecnico con l’obiettivo di mettere in campo nuovi interventi per favorire la ripresa dell’economia, sostenere gli investimenti e aiutare i lavoratori in difficoltà.
In particolare, si prevedeva di mettere in campo misure in grado di agevolare le imprese che vantavano crediti nei confronti della Pubblica amministrazione per il riassetto del proprio equilibrio finanziario.
Di queste misure e dei soldi in bilancio che avrebbero dovuto finanziarle nemmeno l’ombra.
Il motivo? Lo ignoriamo. Mentre sarebbe opportuno che il nuovo assessore regionale alle Attività produttive ci rendesse partecipi del perché la trattativa, appena nata, si è presto arenata.
Spostiamoci ora su un altro piano, quello degli interventi annunciati dal Governo.
Anche qui nulla di fatto, benché per motivi diversi.
Il riferimento va in particolare all’accordo sottoscritto lo scorso 30 giugno tra l’Associazione Bancaria Italiana e la SACE per garanzie sui prestiti concessi alle imprese creditrici della Pubblica Amministrazione.
L’accordo – come si legge nel documento – prevede questo iter operativo: l’impresa chiede alla banca il finanziamento, presentando i contratti di fornitura di beni e/o servizi verso la Pubblica Amministrazione. La banca procede quindi all’istruttoria, analizzando il merito del credito dell’impresa e avviando un controllo formale della documentazione dei crediti nei confronti della PA. Se l’esito è positivo la banca chiede a SACE il rilascio della garanzia. SACE, verificata la documentazione trasmessa dalla banca, rilascia la garanzia. La banca, ottenuta la risposta positiva di SACE, completa l’operazione di finanziamento.
Un meccanismo perfetto solo sulla carta, ma che non potrà mai funzionare perché ancora una volta legato alle logiche di Basilea 2, alla «valutazione del merito creditizio dell’impresa», che, in presenza di una problematica grave come quella dei crediti della Pa, non darà mai riscontro positivo.
Proprio a causa del deficit di liquidità causato del mancato rientri dei crediti maturati, il rapporto andamentale di queste imprese è peggiorato. Si sono verificate tutte quelle condizioni (sconfinamenti, ritardati pagamenti, versamenti Rid non puntuali, ritardi negli impegni assunti con il sistema bancario) che, per gli accordi di Basilea, hanno fatto perdere quella classe di rating che un tempo legittimava le aziende coinvolte a chiedere ed ottenere prestiti e/o garanzie a ragionevoli tassi di interesse.
Viene da sé che la sospensione di Basilea 2 – oggi invocata da più parti - diventa una condizione imprescindibile. Solo in questo modo si potrà rendere operativo l’accordo tra Abi e Sace, ma soprattutto favorire una nuova apertura delle banche nei confronti del sistema della Pmi.
Alle Istituzioni, locali e governative, lanciamo l’ennesimo appello: se il futuro di questo Paese, se il suo benessere economico e sociale dipende in gran parte dallo stato di salute delle Pmi, i proclami non ci aiuteranno a renderlo migliore del presente.***
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